lunedì 16 marzo 2009

Cari amici vi scrivo
cosi mi distraggo un pò
ma siccome c'e' troppo rumore
non so se ci riuscirò.

giovedì 15 maggio 2008

Identità.

Un casinaro a cui hanno sempre malamente attribuito genialità randomiche. Non ho mai vissuto veramente in un luogo esterno a me e son sempre tornato a casa anche quando avrei dovuto fuggire. Ho rifiutato anche quel posto da tester, due volte, per rimpiangerlo. Chiedo scusa a tutte quelle persone che non richiamo, ma la divagazione temporale è il mio difetto maggiore. A senso direi che reimmergermi nelle spire accademiche è un tentativo che ha come fine unico quello di ammorbidire la mia cronica asincronicità con il mondo. Purtroppo il mio viaggiare su frequenze diverse mi è caro, mi permette di pensare al di la del pratico. Purtroppo spesso mi allontana dal pratico contro la mia volontà. Però se mi chiamate so dire perchè posso chiamare amico ognuno di voi, so quello che mi piace, ricordo quello che ho notato mentre parlate di qualcosa che vi piace e mi ricordo cosa vi fa piacere anche se non ci sentiamo da anni. Mi piacerebbe che ci fosse un riscontro fisico per tutto questo, davvero, ma per ora non credo mi sia possibile. Una volta ho letto 1236 pagine di fila e le ricordo ancora adesso. Se non fossi uno stronzo non ci sarei mai riuscito. Altresi se non fossi uno stronzo mi servirebbe a qualcosa ricordarle.
Sono uno stronzo?
Un bacio a tutti quelli che aspettano con pazienza i rari momenti in cui sono in orbita geosincrona con il pianeta terra. Chi mi vuole mi deve tenere al guinzaglio finchè non mi abituo alla cuccia.

venerdì 7 dicembre 2007

Disservizio

E’ arrivato l’altrimenti noto giocatore che la scorsa estate diede pan per focaccia a tutta birra. Ancora basiti gli astanti che si dicono interdetti dalla famiglia. L’avvocato precisava “non è una manovra possibile, alcuni dei presenti non sono parenti”.
Ma questa affermazione, secondo logica, vuole che tutti i parenti fossero anche presenti. Eppure la nonna non c’era. Lei avrebbe capito che il problema di definizione nasceva da uno scorretto utilizzo del soggetto. L’avrebbe capito perché due figli li aveva avuti esattamente così.
Solo otto macchine hanno accompagnato sedici persone. Dodici persone sedevano davanti. Tre dietro. Il bisnonno camminava accanto alla macchina.
Dolci le parole del pronipote che hanno suscitato ilarità e sguardi di commozione. Le telecamere si sono soffermate sulla scena mentre la terza e la prima macchina procedevano affiancate. Una signora si è affacciata al balcone con gli occhi lucidi. Il netto contrasto con il materiale delle tapparelle ha acceso una discussione in un bar che ha scatenato l’ira di due anziani signori amici della nonna del giocatore. Protagonisti della discussione Mario e Fulvio. Due simpatici vecchietti decisi a disturbare la quiete domenicale tra l’ilarità generale. A quanto pare, in una giornata così splendida, nessuno si sarebbe immaginato l’epilogo. Fulvio, un tipo piuttosto ribelle, si fece convincere da Mario a seguire il convoglio. Qualche secondo dopo Mario mise in discussione la sua fede. Fulvio rispose “per Dio”. Mario capì quel che voleva capire. Fulvio ebbe la sua condanna.
La chiesa era alta e abbastanza larga. Più o meno larga come una chiesa. La porta aveva le maniglie ed era di un bel marrone. Il pavimento era a posto e il giocatore non ha subito attacchi da parte di nessun cane idrofobo.
La voce cavernosa del parroco ha aperto le celebrazioni. Tutti seduti e sinceramente devoti. Le simpatiche rughe di Gina sottolineavano un insieme di emozioni. Una visione tenera e al contempo delicata.
Non un alito di vento arrivava tra le volte che è successo. Il parroco taceva da qualche secondo quando la sua tonaca è decollata svolazzando verso il dipinto di un Grigorio Settimo visibilmente sorpreso.
“Ucci ucci” ha detto il mostruoso parroco di tre metri, brandendo un quarto di parmigiano nella mano destra.“Ucci ucci”.

mercoledì 5 dicembre 2007

L'irsuto

C'è un ciccione vestito da barbaro davanti a me. Il suo sguardo traballante, a suo modo vivido, è talmente lontano che la luce del fuoco impiega almeno sette secondi a raggiungerlo. Gli spallacci di cuoio consunto coprono malamente dei ciuffi di pelo assolutamente naturali. Ha una spada laser nella destra e una mezza lattina di Birra nell'altra mano. Tutto immobile, tranne un tenero rospetto che mi trotterella affianco. Sbanda, simpaticamente sciancato dall'alcool.
Anche io bevo parecchio. Dopo.
Stanco e sbronzo comincio a camminare sorridendo. In cielo solo stelle. Così tante che il nero è quello di un LCD scassato. Boreale.
Sono così lontano dal mondo. Lontano dalle necessità sociali. Roba pericolosa che se non stai attento ti inchioda e ti piazza in una bara di mogano a quindici anni.
Sulla destra ombreggiante a non finire, steso per decine di metri, abbracciato agli alberi. Percorso obbligato.
Passata una metà dello spazio percorso in precedenza chiudo gli occhi. Voci lontane. Risate da pitfire. Qualcuno ci da sotto disperato e i gemiti suonano come colpi di padella sul cervelletto.
Faccio per allontanarmi. Non ho intenzione di mollare la magia. E' la mia cazzo di serata. Giro attorno a un albero e centro miracolosamente la passerella di legno sospesa su una fossa decisamente inopportuna.
C'e' uno sgorbio nel buio davanti a me. Faccio per scansarlo e questo mi pianta un pugnale nel sotto pancia. Sento l'inguine bruciare. Chi l'avrebbe immaginato. Che sensazione del cazzo. Literally.

domenica 2 dicembre 2007

Here we go. Rockin' all over the world.

L'incomprensibilità è un'arma potente. Tu butta fuori dai giochi, te li fa vedere, ti immunizza. Poi ti guardi in uno specchio per strada, vedi che sei umano, e ti chiedi fuori da giochi che cazzo ci fai. Qualcosa che non sia un pensiero sparato oltreoceano a morire da solo devi pur averla. Anche fosse un rapporto decente col tabacchino di fiducia.
Nasce così l'inzuppata. Un pò di calcio ne sai, magari solo le brutture ma tanto basta. Sai chi è la Brambilla, bruttaccia straconcia che becca consensi perchè è fuori dalle righe. Provi orrore e tiri di nuovo fuori la testa. Guardi il muro, butti giù due righe da rileggere tra una ventina d'anni e la ributti sotto.
Giù nelle caverne becchi i residui del neo giornalismo. Da una parte la cronaca pulita. Una balla di dimensioni colossali. Il tentativo disperato di non ammettere la necessità di un punto di vista, e quando te ne parlano a scienze della comunicazione ti scappa un pò da ridere...tra le lacrime.
Sull'altro versante, in fondo alla buca più buia che pare costruita da un incazzatissimo team di talpe vietnamite, trovi gli occhioni vuoti di Anna Maria Franzoni e tutta la boutade che s'e' tirata dietro. Vespa, Mentana e poi Costanzo, il comunista che mercifica trotterellando con la sua bandierona "tutto è comunicazione, tutto è stupido quindi tutto è intelligente" e anche questo deve averlo sentito dire a qualche presentazione universitaria, chissà dove, chissà quando. E via tutti dietro alla spettacolarizzazione per spararsi una serata in disco a 50 anni col portafogli pieno e tutti pronti a criticare chi firma libri su come la sua triste vita l'ha portato a stirare quattro ragazzi con un furgone.
Io ve lo dico chiaro e tondo. C'e' una soluzione. Una sola.
Dovete smetterla di guardare queste puttanate. Giocate ai videogiochi, leggete le riviste glamour che oggi sono più oneste dei quotidiani, parlate, leggete qualche libro anche se di cronaca sportiva anni 50, camminate, comprate un lettore MP3 anche se vi sentite vecchi, bevete, guardate le cose brutte, fatevi un giro all'ospedale, andate al lavoro con un cappello argentato, stuprate un'aspirapolvere, giocate col fuoco, leccate il coltello dalla parte della lama. Fate il cazzo che vi pare ma smettetela di pompare l'audience ai becchini della nostra intelligenza. E' colpa vostra se non c'e' più un cazzo di canale che dia Magnum PI a un orario decente.

mercoledì 21 novembre 2007

Anzi no - una vita di weekend

Scrivo. E' nel disperato che l'azione conta qualcosa. Troppo facile parlare di carestia dallo scranno. Anche se una bella spinta, devo ammettere, l'ho avuta.

Per di più, antipaticamente, mi concedo qualcosa di soft. Parentesi angosciantemente divertenti. Angosciantemente è brutto, persino più di antipaticamente, non s'adopera dicono, ma è un omaggio sentito al Mantovani.

Soffro un pò l'urbinamento. I più sanno il perchè. Ai meno importa poco.
La gestione degli impegni richiede un sei mesi di treno continuativo. Botta di culo, non odio il treno ed è un terreno da studio ideale. A dirla tutta non è così propizio alla concentrazione quando una famiglia di Indiani ti scarica un paio di tonnellate di mobili sul muso e ripete "scusi" per un paio d'ore buone. Ma i momenti di vita vissuta van presi così. Episodi non reiterati da gustare. L'importante è assaggiare, certo se continui a mangiar merda la faccenda si complica un pò.

Fortuna vuole che i miei weekend siano belli densi. I viaggi corti sono una discreta rottura di palle, ma se l'arrivo è da tappa la fatica non la senti nemmeno.
Il compleano di Nanni (la devo chiamare così altrimenti s'incazza) è stato un buon respiro. Gruppo sveglio. Cosa rara. Un camino, un sacco di sorrisi, una cosa gradita oltre l'immaginabile. Caldo, salsicce, patate da pelare e la possibilità di fare il pinko analogico una tantum. Impagabile. Ci siamo accorti che tirava tardi notando che le pedine del Trivial stazionavano da un 45 minuti buoni. La diatriba sulle mille lire di Giuseppe Verdi è stata una bella botta.
Assassinati da "I due nemici" abbiamo digerito mugugnando la selezione di vini ingeriti casualmente e concluso con una colazione vera.
Alabarda di nutella inzuppata.
Io non la faccio mai colazione. Mi piacciono i bar, mi piace Giacosa, mi piacciono i bar grandi con il legno chiaro e pochi specchi, magari quelli che ti rifilano sottobanco la panna fresca sotto l'alpeggio o quel tè freddo che non riesci a trovare confezionato, non riesci a fare in casa e non capirai mai da quale patto diabolico è venuto fuori. Ma il baretto da sanbitter no. Non il catafalco d'acciaio contornato di luci da cabaret col tizio che legge il giornale scatarrando, non il barista con i pesi da due kili appesi alle palle e la gente che commenta i programmi tv bofonchiando. Cinque minuti e mi vedrei nell'atto di spaccare sgabelli e schiene. Dieci e proverei a farlo.

Passano 5 giorni. Urbino è stretta. Urbino di due anni prima pare un altro posto, un ricordo da bei tempi da far crescere la barbetta bianca rada. Se non altro è più facile studiare i cosiddetti esami inutili.

Pistoia. Raduno del millennio. Sul serio. Siamo persi, meglio che perduti. La vista quando sei attaccato al sole t'acceca. A quel punto trasformarsi in Solid Snake è lecito anche se il landscape pistoiese può subirne le conseguenze. Ma tanto l'alcool mitiga i sensi di colpa. Al m'attino m'alzo e mi chiamano demone. Se esiste è quello che dorme con gli occhi spalancati. Dubito mi sia mai successo ma è una cosa piacevole. Mi son trovato una mano aperta sul lato e ho visto fotografie di posti che non riconosco. Ovviamente ero nelle fotografie.

Una vita di weekend. Il resto è un pugno di spiccioli caduti per terra. Dovrei raccoglierli. Invece li sto a guardare inorridito. Piccole vigliaccherie per bene placido. Nel mio caso qualcuno le vede anche come conquiste. Mi concedo il beneficio del dubbio, magari sono onesto sul serio.
A Febbraio si spacca il salvadanaio.
L'ansia del bimbo difficilmente sarà la mia ma quel suono sarà altrettanto liberatorio.

lunedì 5 novembre 2007

freakend

Entriamo paraculati con parcheggio, spargiamo a giro i volantini e la competenze necessarie a ripagare il favore, esplodiamo in pezzi. Io vago come una scheggia, trascuro un (eccovi la madre di tutti gli eufemismi) gli amici che non se lo meritano, ma ho troppo da brigare anche se è una semplice fiera zeppa di sedicenni chiappa al vento e di action figures il cui valore effettivo si sbriciola dietro alla cortina del collecting. Fortunatamente la febbre della modernità ha tirato dentro mastri scultori che hanno abbassato diverse creste a suon di piccoli capolavori intrascurabili.
Fa un caldo boia.
Circondato da improbabili Naruto dotati di lenti spesse come bistecche taglio infastidito il megapadiglione per raggiungere le mie promesse. Sposto malamente qualcuno che prova anche a girarsi, ma non è il caso perchè ho temporaneamente ereditato gli occhi della tigre da quello che era il più incazzato del mondo poco prima di me.
Un nugolo di debosciati si accalga di fronte a Eye Of Judgment. Li insulto en passant. Non reagiscono anche se un tizio che cerca di farsi passare per giapponese sostiene lo sguardo più a lungo. Non regge, è giusto così. Questi sono gli svilenti partecipanti alla distruzione del mio media favorito. Se devo essere divorato da uno swarm di pecore voglio almeno vedere la paura sciogliersi in quegli occhi acquosi. Tremo, son rossi, sconfitti, perduti. Chissà se quando sono sbronzo gli assomiglio.
Mentre sfreccio sul divano di multiplayer farfugliando disamenità confuse passa la mia ex che colpevolmente non mi ha presentato il club delle scosciate che bazzicava poco prima. Pensieri intorcinati. Rispondo ancor più confusamente ad Antonio che mi consiglia di andare a casa. Sono a pezzi. Mi alzo. Piglio una direzione a caso.
Incrocio una quarantina di conoscenti, collaboratori, consanguinei e chi più ne ha, più ne ha.
Sono piuttosto confuso. Intanto la folla mi trascina qua e la secondo una danza creata per spezzare le gambe a chi vorrebbe tenere un passo diverso. Continuo a guardare facce che guardano oggetti. Una stangona si perde dietro a Robotech. Mi innamoro per 10 secondi, poi spunta un raviolo coi capelli sparati al suo fianco che m'ammazza la fantasia a colpi di tacco. Cambio mondo. Mi viene in mente che una coscienza da qualche parte ci deve essere.
Una coscienza che produce racconti come quelli di Terramare, figlio del figlio del più grande naturalista cartaceo nipponico. Ma è una coscienza così colà che si impenna sul "la morte è inevitabile e definitiva" e poi precipita in un paradossale "grazie al cielo".
Sorrido. Per fortuna. Annaspo traballante verso la gilda di WOW. Sono amici. Mi abbracciano. Ho trascurato pure loro. Mi sento una merda galattica. Sono circondato da un decennio di dimostrazioni di affetto che non ho ricambiato a dovere. Ma devo salvare il mondo, me lo perdoneranno.
Mi sposto, recupero gli amici di sangue che girano ancora per spade, fumetti e quant'altro. Mi chiamo fuori. Squilla il telefono. La gilda mi offre una pizza veloce e un passaggio a casa. Son tre giorni che non dormo più di due ore filate. Cerco di resistere al demonio tentatore. Una nottata per gli amici e in compagnia di gente sveglia val bene un infarto in giovane età. Poi cedo. La parte invecchiata di me mi tira i calzoni. Sento il fischio del treno che verrà da li a otto ore e saluto gli amici frettolosamente. Sono una testa di cazzo.
Fa un freddo cane.
Recupero uno spazio sociale dormicchiando tra Gaetano e Stefano. Il locandiere ci tratta a pesci in faccia, ci turlupina e se la sogghigna pure. Si riparte.
Saluti e baci, si rinsaldano rapporti, si mantengono tenui altri rapporti, i rompicazzo non ci stanno, li abbiamo mandati via tempo fa con una rivoluzione, vera, che serbo per i racconti serali.
Salgo le scale di casa Armani. Entro, saluto il parentado e carezzo il micentado. Il sonno travalica la mia capacità di razionalizzare. Un momento sono li un momento dopo sono ancora il campione d'un tempo. C'e' sempre spazio per i fantasmi buffi.
Sul tavolo ci sono i biglietti. Raccatto una camicia dall'armadio, la sbatto in cima alla borsa con un paio di DVD e mi sparo in cima al catafalco svedese che mi accoglie cigolando e strillando di felicità.
Chiudo gli occhi.
Li riapro.
Non ho più sonno.
Sono stanco.
Il mondo, i buoni, i cattivi, gli uomini, i bastardi e i corpi caldi s'affollano, s'incrociano, fanno un rumore d'inferno in uno strato di grigio che riflette la luce e mi emargina dal buio.
Li in mezzo vedo due grandi occhi che guardano con coraggio. Vedo due occhi che sorridono sempre e non sorridono mai. Porte aperte che scherzano molto seriamente.
E' qualche tempo che li ho in testa ma li vedo solo adesso che sono senza difese.
Mi risveglio dagli incubi ed emergo faticosamente dall'oblio. Mi fa male ogni muscolo e ho 500 chilometri davanti. Il pater si caracolla i bagagli e non c'e' verso di farlo restare a casa. Se li trascina dietro corricchiando e li sgancia orgoglioso sul ciglio del terzo binario. Arriva il pitone ferrato, sgangherato quanto me. Salgo faticosamente e mi sbatto in un angolo facendo un gran rumore.
Ho ancora quegli occhi in testa. Mentre una signora prende possesso dei tre posti rimanenti e anche di buona parte del mio invece di reagire cedo a una tristezza senza tempo.
Ha un cagnolone marrone. Un misto tarchiato che uggiola. Vuole essere coccolato, lo si capisce lontano un miglio. Per la prima volta in vita mia non concedo una carezza. E dire che ha degli occhioni da far invidia ai quadrupedi da cartolina, però ho davvero bisogno di avere vicino qualcuno che stia come me.